” Maririna “

“Maririna” il singolare primo romanzo di “integrazioni in famiglia” scritto da Alberto Castelli e edito da Youcanprint nel 2013.

Le ” integrazioni in famiglia ” di Alberto Castelli

Sicilia occidentale, 14 gennaio 1968 : una data fatidica per il Belìce che conobbe la fulminea tragicità di un evento sismico che mise a dura prova

la tempra di tantissima brava gente, spesso fiaccando gli animi e seppellendo la speranza di una nuova vita migliore.

Un tremendo terremoto, quello del Belìce, che significò un lunghissimo strascico di sofferenze materiali per le popolazioni sopravvissute all’insania della terra.

Tra lungaggini e tiritere della politica, faccendiera ed inetta, tra intrallazzi e dilazioni di chi, deputato, a qualsiasi titolo,

alla gestione dell’emergenza e della “cosa pubblica”, vide lievitare gli introiti personali e i facili guadagni, arricchendosi a dismisura, ai terremotati sessantottini

furono assegnati gli alloggi provvisori che, purtroppo, si trasformarono in dimore permanenti, nel giro di

pochi anni a venire.

Speculatori spregiudicati e poveri diavoli, soldi a palate e sacrifici, boriosa ricchezza e l’abisso dei “disgraziati”, un proliferare

di sfarzose ville e l’insistenza di quelle disumane baracche.

Pure questo fu la brutta faccenda del terremoto nel Belìce.

Ciononostante, fuori dalla folla degli avidi profittatori, c’era pure qualche benefattore che tentò, inutilmente, di cambiare il corso

delle cose.

E così maturava l’immane sventura di intere famiglie rimaste sul lastrico o quasi.

Anche la mia Salemi ebbe a provare tale indicibile esperienza umana.

Un’intera generazione crebbe, per decine di estati afose, tra le lamiere infuocate delle baracche e con gli orecchi assuefatti allo scroscio impetuoso

delle intemperie invernali che imperversavano sul tetto delle casupole che, nel frattempo, avevano formato i vari e vasti

“rioni” di baraccopoli : Cuba, Giammuzzello, Gessi, “Favarella”.

Io c’ero e, a distanza di 51 anni, non è così semplice riesumare la memoria e sanare una ferita che, probabilmente, mai si rimarginerà.

Ebbene, non è facile ripercorrere il dramma vissuto dopo il sisma del lontano ’68, verificatosi nel Belice e in una città come Salemi e, soprattutto,

descrivere la situazione reale di quegli anni e la settaria, chiusa, società salemitana, ben propensa a discriminare i baraccati, quasi ad emarginarli,

ad etichettarli con un falso marchio d’ignominiosa inferiorità.

Eppure, il quadro viene egregiamente tratteggiato da Alberto Castelli, un salemitano naturalizzato a Roma,

nel suo singolare romanzo “Maririna” prendendo spunto da una storia familiare che può attagliarsi a tante altre famiglie salemitane colpite al cuore dal sisma.

Ora, per questa sua minuziosa indagine del contesto, mi sento di ringraziare l’autore del libro sopracitato, con un moto che sgorga

dal profondo del cuore.

Sì, quella distorta immagine affibbiata dai coetanei alla protagonista, Maria, era il preconcetto che i baraccati si portavano, loro malgrado, tatuato addosso.

Ed anche la condizione d’invisibilità sociale del baraccato, agli occhi della Salemi bene, era reale, era un dato di fatto.

In effetti, il disagio di essere, per un tempo indefinito, terremotato in senso lato l’ho vissuto anch’io sulla mia pelle.

Mille e mille volte mille, soprattutto nella mia adolescenza, mi sono chiesto e ripetuto se tutto ciò fosse giusto, alla luce di un senso di uguaglianza

sociale che già si era fortemente radicato in me.

Tuttavia, alla distanza, l’esperienza di baraccato mi è servita come banco di prova per la vita, mi è stata utile per rafforzare

la mia personalità, l’essenza di uomo del mio tempo.

Probabilmente, e ringrazio Dio anche di ciò, non sarei quello che sono adesso.

Ma, conoscendomi bene, tornerò a parlare di quello che è stato quel periodo della mia vita. Però, una riflessione s’impone.

Il romanzo di Castelli è interessante al livello sociologico : una famiglia che ha subìto una rovinosa battuta d’arresto lungo la strada,

crede nella possibile ricostruzione del proprio percorso di vita,

ha fede nella “rinascita” dopo aver percepito la spessa polvere delle macerie di una città.

E lo scenario non può essere nell’amara terra di Sicilia,

ma altrove.

Ecco, d’un tratto, la luce, lì, in fondo al tunnel, che attira a sé gli occhi onesti e coraggiosi dei protagonisti.

Finalmente, il barlume di speranza che essi attendevano con fiducia e trepidazione.

Il testo di Alberto Castelli, perciò, dovrebbe essere letto, oltre che da una amplissima platea di lettori – e mi auguro che lo sia davvero

per la sua intrinseca validità letteraria – da ogni salemitano di buona volontà poiché le tue parole si configurano come testimonianza storica

di un evento drammatico, come spaccato di una Salemi di una volta, che mi auguro possa, finalmente, aver cambiato pagina.

In ogni caso, se la prima parte rispecchia in sè quel notevole aspetto valoriale già citato, anche la seconda parte è ben congegnata

quanto ad ideazione, spunto creativo e argomentazione.

Tra le righe e gli eventi, si cela quella passione per una terra, la nostra Sicilia, che mai si può disperdere e mai può perire;

emerge pure il substrato culturale di provenienza, mai accantonato o deliberatamente rimosso, nonostante le nuove esperienze e

le conseguenti interazioni ed integrazioni, nel corso della rinnovata vita lavorativa ed affettiva;

e, d’altronde, l’amoroso tributo alla lingua madre,

il nostro siciliano, è palese e pulsa nelle espressioni verbali e nelle battute di dialogo come contraltare dell’italiano parlato.

E fa parte del gioco, anche certo retaggio ( ad esempio, la verginità come macrocosmo d’azione della brava ragazza che è Maria )

o la visione schematica del mondo, la paura atavica del giudizio

della gente locale, i modi di fare, gli atteggiamenti dei siciliani “romanizzati”.

Inoltre, qua e là quel pizzico di garbata ironia che condisce il tutto… Poi, inaspettatamente, fa capolino l’Eros all’ennesima potenza,

un Eros come fattore di integrazione, come elemento primordiale

dell’esistenza, che, grazie ad esso, viene riportata a nuovo splendore, alla luce dopo l’oblio.

Comunque sia, il romanzo ” Maririna ” è una storia a lieto fine dopo lo schiaffo della burrasca.

Potrebbe essere inteso anche come primo episodio di una saga familiare, di un processo evolutivo nell’affermazione

positiva di una famiglia che ha sgobbato onestamente a partire da un cammino accidentato.

Inoltre, il testo mi è sembrato convincente e ben realizzato

in tutte le sue parti; tiene bene la struttura narrativa, la dinamica degli eventi,

la lingua e, a scrutare tra le righe nidificano ulteriori significati metaforici.

Gioacchino Di Bella

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Reportage ” Chianta ” : la solita storia di degrado

Reportage di Via Vecchia Ferrovia – Salemi, dicembre 2018

È scandaloso quanto sta accadendo, da parecchio tempo a questa parte e sotto gli occhi indifferenti di tutti, nella zona adiacente allo stadio San Giacomo.

Basta percorrere per circa quattrocento metri la stradina ( segnata sulla carta come “ Via Vecchia Ferrovia “ ) che porta alla una volta rigogliosa

“ Chianta “ per rendersi conto dello scempio che mani scellerate e sacrileghe stanno perpetrando su una delle contrade più fertili e

verdeggianti di Salemi.

Sì, proprio così, stiamo parlando di una parte del territorio salemitano che, grazie ad una straordinaria ubertà del suolo, nel passato ( ma anche adesso )

dispensava, e dispensa a fatica tuttora, frutti straordinariamente copiosi.

E la sporcizia e il pattume stanno infangando il buon nome della città del Val di Mazara che si può fregiare, di fatto e di diritto, di essere virtuosa nella già

ben avviata fase di raccolta differenziata dei rifiuti urbani.

Salemi ha raggiunto il ragguardevole traguardo del 67 % del conferimento dei rifiuti mantenendo i buoni propositi e la rettitudine della stragrande

maggioranza della cittadinanza.

Evidentemente c’è ancora una frangia di beceri disfattisti che se ne frega della cultura ambientale, se ne straimpipa delle regole condivise della

decenza urbana e che gode nel vedere sparsa qua e là tra prati, a margine delle carreggiate trafficate delle strade, ogni tipo di schifezza e porcheria.

D’altronde, non ci può essere altra spiegazione plausibile : si tratta della peggior specie di esemplare umano quello che, in maniera spregevole e

dolosa, si sente autorizzato, in barba ai diritti e doveri del cittadino e delle istituzioni preposte al bene comune, a compiere ogni genere di idiozia,

compresa quella di non buttare gli scarti della propria solerte e “graziosissima” giornata in apposito contenitore posto sotto casa e

magari aspettare l’autocompattatore che venga a ritirarlo alle 8,00 del mattino seguente.

Insomma, ancora una volta, abbiamo a che fare con una perversa minoranza di persone che non vuol capire, forse si ostina

a non voler comprendere che la totalità dei piccoli gesti quotidiani può fare la differenza tra vita e asfissia della natura; quegli apparentemente

insignificanti atteggiamenti di civile sensibilità nei confronti del nostro ambiente dove, peraltro, ci muoviamo e viviamo, possono

davvero salvare il nostro meraviglioso ma inesorabilmente emaciato pianeta.

La parola vada alle immagini che, purtroppo, parlano con triste evidenza.

Ma tornerò, credetemi, ad occuparmi del misfatto…

La mia partecipazione all’ottava edizione – anno 2017 – dell’Enciclopedia di poesia contemporanea italiana.

L’ottava edizione dell’Enciclopedia di poesia italiana – anno 2017 – a cura della Fondazione Mario Luzi è stata appena pubblicata. Tra gli autori che hanno aderito all’inedita iniziativa ci sono anch’io…

L’azione eretica dello scrivere poesie, oggi.

È difficile parlare di versi in un’ecumene sprecona e volta al facile arricchimento, allo spread, alla sfacciata presunzione

di onnipotenza, ma, grazie a Dio, la Poesia sopravvive ancora alla superficiale sbadataggine dei tempi.

Oggi lo scrivere poesie è un’azione eretica non solo perché dissacratoria ed irriverente della banalità dilagante, del fuoco fatuo

che avvampa i corpi e i fianchi di un’umanità smarrita ma anche perché è azione asincrona sullo scialbo modo di vivere, copiato,

imitato e condiviso da moltitudini di genti.

Inoltre, la pratica del versificare, in molti casi ricorrenti, è volutamente

relegata, da quelle famose moltitudini di cui sopra, a secondaria valenza; essa viene considerata

come un’abitudine sciocca, una sorta di masturbazione mentale, che bisogna esecrare con ogni sforzo.

Nella gretta mentalità del “comune mortale” un’operazione di riflessione intima, nell’intento di cogliere l’attimo corale o la quintessenza,

latente ma viva, del nostro animo che possa rendere, alla fine, testimonianza di ciò che è o che può essere, è una banale perdita di tempo.

Il poeta è un debole, non fa parte della collettività omologata del Terzo Millennio, non può farne parte, ripeto, almeno in apparenza, perché non la

pensa come gli altri, è strano, magari appartato nelle stanze solitarie del suo pensiero, è guardato a vista quasi fosse un appestato.

Poi, quando l’interlocutore lo sente dire ” Sai, mi è venuta in mente una poesia e l’ho scritta ” od altra espressione similare, lo guarda in faccia,

con disgusto e ribrezzo, rispondendo di rimando ” Pure tu come quelli che scrivono le poesie ! ” e, nel contempo, sul viso gli si spalanca

la bocca a formare un riso sardonico che inneggia all’ignoranza.

Meglio guardare alla pragmaticità delle cose, alla vita reale che si deve fronteggiare con maschio coraggio al fine di imporsi, di vincere sulla

complessità del quotidiano e per dire a se stessi ” Vivo, quindi, domino la realtà, anzi predomino sul ring di ogni giorno e posso benissimo essere

l’attore indiscusso di me stesso”. Sì, così, si fornisce, magari, il solito modello, un bell’esempio di “leader sociale” da emulare, di maschio alfa

che non si lascia sbranare dalla complessità odierna, di protagonista inossidabile agli altri individui conosciuti sui social, sul posto di lavoro,

in azienda, al bar o in pizzeria, nel quartiere, nell’ottica dell’interminabile sfida, fine a se stessa, condivisa nella sempre più dilatata platea di

“ammiratori”, cioè quelli che esprimono i “ mi piace ” ovunque e comunque.

Quindi, cosa farne di questa poesia ? Mah, roba da femminucce !
Insomma, ciò che occorre, adesso e non domani, è la capitalizzazione del

successo, virile in tutte le sue forme e in ogni settore della vita associata, occorre avere una torma di emulatori che, oggi, vista la società che

ci ritroviamo, non debbono mancare mai, anzi guai a non averli.

In questo modo, si concretizza una profonda vacuità dei rapporti umani che invita al perpetuarsi di una virtualità come nuovo disvalore sociale.

È così che si apre la voragine, incolmabile, sulla poesia, ormai inutile.
Menomale che le cose non vanno sempre così e mai generalizzare a priori.

Esiste un’increspatura nella monotona superficie delle acque, c’è una nicchia di pensiero che assurge a valore culturale assoluto :

lì si rifugia, si annida pure la Poesia.

Ma la Poesia è cultura, non conosce limiti, è più utile di quanto non si possa ritenere, morde gli anni che scorrono, nasce, rinasce, custodisce in sè

l’originaria favilla che ha acceso il fuoco dell’uomo alla sua comparsa sulla

Terra, non delude mai nessuno, è somma educatrice del cuore e guida

nella notte più buia e tetra, è il Pianeta delle Meraviglie capace di stupire

chiunque con folgorazioni improvvise.

Dopo, a distanza di tempo, ti accorgi che quelli che si sentivano “veri uomini”, d’un tratto, si scoprono poeti, ripescano dal fondo del pozzo dove

hanno, finora, vissuto una sensibilità recondita nel loro Io e cominciano a masticare versi su versi.

Essi capiscono che senza la poesia è impossibile o quanto meno arduo percepire l’unicità del mondo.

Ora, a mio modesto parere, la poesia è già realtà, è assidua compagna della nostra esperienza e non possiamo negarlo; la rinveniamo in qualsiasi

aspetto, in ogni passo lungo il nostro cammino terreno : uno scatto fotografico che immortala un paesaggio del giorno morente, lo sguardo di

una madre, un manifesto colorato di réclame affisso in una squallida strada

di periferia, uno slogan rivisitato sulla scorta di un famoso verso di un autore del passato, etc. etc.

Tutto si può trasfigurare in poesia come il fatto stesso di essere qui, in questo preciso istante, e di assistere all’alternarsi del giorno e della notte,

alla follia del vento o ancora nell’ascoltare le fusa del vecchio gattone soriano accoccolato sulle gambe.

Io ho creduto nella Poesia fin da bambino, sono cresciuto al suono della sua nenia e mille volte sette crederò.

Spesso, ho fatto finta di cambiare rotta e di dimenticarla, ma, ciclicamente Lei mi ha ritrovato e siamo andati avanti mano nella mano.

E non chiedetemi quale celebre autore sia stato la fonte della mia ispirazione perché credo proprio di non potervi rispondere.

Classici, moderni e contemporanei sono miei amici e fratelli.

Nessuno escluso.

Da loro non cerco lo spunto, ma quel poco che scrivo viene da sè, è come un

impulso irrefrenabile a dare testimonianza di quel che porto con me e non posso farci nulla, fa parte di me.

C’è chi si vanta di essere, con prosopopea e millanteria, il poeta dei poeti : ciò suscita in me un riso sonoro.

La Poesia è un’orma del proprio cammino, non può essere finzione o trucco, è un’arma potente che scaglia dardi di pace, di fuoco, di petali, è una

maestra che, con verdeggianti parole, insegna la decorosa Modestia.

È con tali semplici intendimenti che ho aderito alla pubblicazione dell’Enciclopedia di poesia italiana contemporanea, ottavo volume

dell’ edizione 2017.

Tre mie poesie partecipano allo straordinario ed inedito progetto culturale

di dar voce a poeti di diversa estrazione sociale, da tutte le regioni della nostra Italia.

Poeti che stazionano nel Limbo della scarsa visibilità, della poca o discreta notorietà, ma che consolidano il ruolo alto della Poesia come materia viva,

immortale di un patrimonio comune agli uomini di buona volontà.

Insomma, un coro unanime che esalta la Poesia come scenario naturale di sensazioni, di sentimenti, di immagini, denunce e testimonianze che

affondano le radici nell’humus pulsante di una contemporaneità che ha fermezza, ragione, fede e speranza nel senso dell’esistenza.

Sono lieto ed orgoglioso di esserci anch’io, per l’ennesima volta…

Post scriptum :

Così riferisce sull’opera il curatore dell’edizione, Mattia Leombruno, della Fondazione Mario Luzi.

Ormai da diversi anni l'”Enciclopedia di Poesia Italiana contemporanea” è il volume ufficiale interamente dedicato al settore poetico in Italia.

L’opera contenuta in questo corposo tomo costituisce un’ampia documentazione

della poesia contemporanea rivelandosi

una testimonianza storica, culturale e sociale del settore in Italia.

La vasta opera ospita autori accuratamente selezionati su oltre 7000 partecipanti al Premio Internazionale Mario Luzi.

La collana è ideata e diretta da Mattia Leombruno che la definisce così: “Questa Enciclopedia – unica nel suo genere e soprattutto così variegata,

molteplice ed ampia – possiede qualcosa di molto nobile ed ambizioso.

Nulla di analogo è stato infatti mai tentato: di mettere liberamente insieme autori fra loro così diversi per stile e generazione, di unire cioè il molteplice

e farne il grande criterio di fratellanza umana e letteraria nel nome delle più alte ispirazioni poetiche. Il criterio di selezione che è stato scelto prescinde

dalla notorietà degli autori e tiene soprattutto conto del valore reale delle opere.

https://gioacchinodibella.it/mie-tracce-ad-occidente/

Gioacchino Di Bella

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Riccardo Sciacca, voce di Sicilia…

Riccardo Sciacca, giovanissimo cantautore della Sicilia occidentale, ha deciso di cantare seguendo l’esempio illustre della tradizione del folk siciliano.

Un bravo cantautore sulla nuova scena del folk isolano.

” Ciao, Riccardo. Ho avuto modo di ascoltare il tuo singolo su Spotify e l’ho trovato straordinario !

La lingua siciliana, cantata da te, diventa sangue della nostra terra, cuore pulsante della nostra anima, grido corale di insofferenza alle vessazioni sottili

della Dimenticanza dei tempi.

Il tuo lessico spazza la retorica, cerca l’essenza del messaggio condiviso e condivisibile. Sapevo del tuo talento e ne hai dato un bel saggio a tutti.

Bravissimo !

Ti auguro di coronare i tuoi sogni e di affermarti con successo.

La strada è spianata… Un abbraccio. “

Questo è il messaggio che mi sono sentito di inviare, qualche giorno fa, al mio ex alunno Riccardo Sciacca.

Già, ex alunno…

Tuttavia, per un docente – quale sono io – dell’anello debole della catena formativa, ossia la Scuola Media inferiore ( uso volutamente la disusata

terminologia cui sono affezionato ) tutti gli alunni rimangono alunni, ragazzi per sempre.

Essi quasi si cristallizzano nel tempo che, ingrato, fugge veloce;

insomma, li porti nel cuore, nonostante i tuoi capelli canuti, sono nella tua mente,

nei tuoi ricordi, sono indelebili, sempreverdi.

Ebbene, ho risentito Riccardo Sciacca, con piacere, dopo anni.

L’ho pure rivisto nella mia Salemi, qualche anno fa, in occasione degli altari di San Giuseppe.

No, a parte la sua statura, non era cambiato : sensibile, premuroso e, soprattutto, educato.

Il bravo ragazzo di buona famiglia delle nostre parti, però con il pallino della musica come ragione di vita. E allora, ben venga !

Lo avevo congedato, anni orsono, dalla Scuola Media ” E. Medi ” di Castelvetrano (TP) e così consegnato nelle mani di un futuro che,

per i ragazzi del Sud, si è, purtroppo, addensato di rovi spinosi ed oscura nebbia.

Adesso, Riccardo Sciacca è un uomo del Sud del mondo, del suo mondo, ha coraggiosamente deciso di esserlo e di rimanere tra la sua gente.

Egli, a mio modestissimo parere, è diventato davvero un bravo cantante – cantautore che ha fatto tesoro della tradizione sonora prettamente siciliana

del passato che richiama, istruisce il presente.

Sembra proprio che riviva in lui l’esperienza qualificante dei cantastorie che, una volta, narravano, di paese in paese, il passaggio,

il lungo e pingue soggiorno, le vicende, le gesta, le malefatte dei tanti conquistatori che plasmarono il volto della nostra bella Isola e che,

forse, non sono mai andati del tutto via dal nostro sangue, dal nostro DNA, dal nostro pensiero.

E la cifra distintiva del suo narrare è la voce della nostra Sicilia, una terra che si ammanta di amare verità che ognuno, qui, in questa solatia periferia

del pianeta, vive e somatizza in una nostalgica e utopica voglia di mutare il corso delle cose.

Il suo forte canto quasi si trasforma in testimonianza vivente di una prosaica protesta corale dell’onesto popolo siciliano, ormai stanco di una

coatta marginalità, delle ” cose che non vanno “, del sacco perpetrato dai disonesti a spese della povera gente.

Pure, tra le righe, emerge il suo ironico commento della realtà.

Farà strada, tanta strada, Riccardo Sciacca con il suo talento.

Lo merita. Glielo auguro di cuore.

Intanto, lo scorso 23 marzo, è uscito il suo primo singolo “Trallalerutrallallà” sotto la direzione artistica di Gregorio Caimi

e per le produzioni musicali “Em Dabliu Em”.

Ed è un buon traguardo.

Ascoltatelo, ne vale la pena.

Gioacchino Di Bella

https://itunes.apple.com/it/album/trallallerutrallall%C3%A0-single/1356252108

https://www.riccardosciacca.it
Riccardo Sciacca, cantante.

Il mio nuovo indirizzo : gioacchinodibella.it

Dal 28/3/2018 il mio nuovo dominio gioacchinodibella.it

Cambio del sito personale

Avviso ai naviganti  :

Le informazioni che riguardano il mio sito sono cambiate.

Infatti, a partire, da oggi, ossia 28 marzo 2018, non è più operativo gdbfoto.com ( il mio vecchio dominio ).

Troverete il mio sito al nuovo indirizzo : https://gioacchinodibella.it

Salemi, la mia città, sulle pagine de “La Settimana Enigmistica” del 1 marzo 2018 –

Alcune mie foto “raccontano” Salemi, la mia città, sulle pagine de “La Settimana Enigmistica ” –
Nr 4484 del 1 marzo 2018

Ormai è ufficiale.

Informo, con mio grande piacere, che il numero 4484 de ” La Settimana Enigmistica “, in uscita il prossimo 1 marzo

2018, ospiterà nella famosa rubrica “Una gita a….?” a pag. 21, la bella Salemi, con alcune mie foto.

Gioacchino Di Bella