I ” Giardinieri ” di Salemi (TP)

L’antica maschera carnascialesca locale è nel cuore dei salemitani.

Premessa

La Sicilia, nonostante i banali clichè che la relegano, tuttora, al primo posto

sul podio della più nera e omertosa mafiosità, è una terra amena

dove i colori in natura sono miracoli di luce, è una splendida Isola

dove la gente ha nel cuore un’incontenibile gioia di vita.

Eh, sì, signori miei, il popolo siciliano è in marcia

verso un difficile ma progressivo cambiamento ed

ha voglia di scrollarsi di dosso

certe stupide etichette o datati stereotipi.

Peraltro, i Siciliani, è risaputo, sanno apprezzare il senso autentico

delle cose, sanno che la vita è un soffio e perciò assaporano il gusto

del sapersi divertire con poco, ma esercitando costantemente quell’arguta,

talvolta, salace ironia di sè stessi e del proprio mondo.

Così, alla maschera quotidiana del ” buon viso a cattivo gioco “,

che cerca espedienti al fine di sfidare la sorte di

una congiuntura mai favorevole, se ne aggiunge

un’altra ingannevole ma giocosa

di carattere carnascialesco.

In ogni caso, basta andare un pò in giro, qua e là nell’Isola,

nel breve periodo dedicato al Carnevale, per trovare nuove edizioni

di carri allegorici, balli in maschera, cortei festosi e spensierati ed anche

riscoprire antiche maschere che attingono alla fonte inesauribile

della tradizione popolare, della demo- etno- antropologia siciliana.

Le origini e la livrea.

E’ il caso della maschera salemitana del “Giardiniere”.

Chi è costui ? Di chi si tratta ?

Ora, il vocabolo “ giardiniere ” non è da intendere

come ” colui che si occupa di dilettevole giardinaggio“,

magari alle prese con le belle dalie, rose, ortensie, camelie e

via discorrendo.

Dalle mie parti, in Sicilia occidentale ( e non solo ),

jardinu” ( l’equivalente dell’italiano “giardino” ) è il terreno

di proprietà familiare ( e si tramanda di padre in figlio ) che è stato,

nel tempo, coltivato ad odorosi agrumi o portentosi ulivi.

Spesso, in tale jardinu gli agrumi ( tipicamente limoni, mandarini,

aranci e relative cultivar ) e gli ulivi convivono in tutta tranquillità,

in un sonnacchioso equilibrio sotto il torrido sole di Trinacria,

ormai da secoli.

Di conseguenza, il giardino così inteso è un vero vanto

per il salemitano o per il siciliano che dir si voglia.

Infatti, lu jardinu è caratterizzato da effluvi, cromie e frutti

davvero mirabili che hanno denotato nel mondo intero

la ricchezza e la fertilità del suolo siciliano

nonchè la bontà del prodotto.

Ma non divaghiamo e torniamo alla maschera salemitana.

A dire la verità, sul “ Giardiniere ” nulla si sa di certo.

In sostanza, la sua comparsa in quel di Salemi ( TP ) si perde nella notte

dei tempi e le notizie che oggi ricaviamo provengono da un’indiscussa

tradizione orale che assegna alla maschera una sorta

di prosecuzione del retaggio della figura del ” burgisi “,

ossia, per dirla con il Mortillaro, di “ colui che tiene le altrui possessioni

in affitto ( fittajuolo ); o ancora ” per chi lavora materialmente la terra

per seminagione ( prezzolato, colono, contadino, bracciante )“.

Insomma, una prepotente figura del passato, spesso controversa,

ma assai radicata in Sicilia, un’oscura presenza legata alla terra,

nell’arcaico mondo contadino che fu.

Eppure, non tutti concordano su tale versione, anzi gli abitanti

di Salemi si dividono addirittura sulla paternità del Giardiniere.

Ed ecco che i residenti in contrada Pioppo ( una delle più fertili della città )

scendono in campo a rivendicare quasi il marchio di origine della maschera,

adducendo il fatto incontrovertibile dell’abbondanza, nella loro zona,

di uliveti che avrebbero influenzato l’insorgenza della tradizione

del costume.

Al contrario, altri sostengono che l’etimologia del termine sia impropria :

il Giardiniere non nasce come figura attinente al famoso jardinu,

bensì la denominazione deriva dal piccolo e agiato proprietario terriero,

cioè, come si dice ancora, dal cosiddetto ” viddanu commodu “.

Tuttavia, in mancanza di precise notazioni storiche,

poco importa la querelle sull’origine del Giardiniere.

Infine, per reperire taluni riferimenti antropologici e culturali,

bisogna addirittura scomodare lo scrittore e letterato palermitano

Giuseppe Pitrè, vissuto tra la seconda metà dell’Ottocento

e i primi decenni del Novecento.

Insomma, un vero esperto in fatto di tradizioni ed usanze isolane.

Egli accenna, in una sua nota opera, alla figura dello ” scalittaro

palermitano e qualche lieve somiglianza al Giardiniere salemitano

sembra affiorare proprio nell’uso comune ad entrambi della scaletta,

cioè lo strumento ligneo a pantografo.

Comunque sia, scendendo nel dettaglio, per quanto attiene al costume,

di foggia popolana e ottocentesca, il Giardiniere è vestito “all’antica”,

proprio come facevano i summenzionati ” burgisi ” :

pantaloni di velluto alla zuava, giacca e gilè anch’essi di velluto marrone,

stivali di cuoio neri, una camicia rigorosamente bianca e al collo

un bel fazzoletto di raso rosso.

Ovviamente, non può mancare il famoso cappello a falde larghe,

arricchito di fiori finti realizzati in carta crespata

dai vivacissimi e vistosi colori.

Poi, a corredare il copricapo, i Giardinieri usano, tuttora,

delle lunghe frange multicolori, sempre di carta crespata

oppure di raso, che scendono a fluttuare, quasi fossero

la chioma femminea di un’insolita baccante, lungo la loro giacca,

creando un effetto scenografico davvero degno di nota.

Infine, il Giardiniere porta a tracolla la cosiddetta “sacchina“,

cioè una rozza borsa in cuoio, che, nella realtà, doveva essere

il carniere dove il burgisi deponeva la selvaggina appena cacciata,

durante le abituali uscite nei fondi padronali.

Naturalmente, la sacchina veniva riempita a dovere di agrumi e caramelle.

Il lento incedere del ” Giardiniere ” cortese.

Proprio adesso sembra di vedere il Giardiniere d’altri tempi che passa

il testimone al Giardiniere di oggi, insegnandogli la raffinata e

silenziosa arte del comunicare con quello strumento semplice

ma efficace che è la scaletta oltremodo estensibile ( all’incirca 5 mt. )

con buon olio di gomito.

Anzi, la scaletta ha un proprio canto, un richiamo ben preciso,

quel procedere a scatti facendosi essa stessa portavoce

di singolari messaggi propiziatori, amichevoli, sentimentali.

Dunque, è con l’attrezzo a pantografo ( alla cui estremità veniva posto

un gancio dove appendere il “pizzino” amoroso o la caramella ) che la

maschera raggiungeva idealmente l’amata che si affacciava lassù in alto,

al balcone, ricolmo di gerani sotto lo sguardo austero, sospettoso del padre.

Inoltre, la variopinta maschera non tralasciava di affibbiare ironicamente

l’arancia o il limone alla ragazza meno bella, ma ugualmente simpatica

ai suoi occhi divertiti.

Certamente, l’ingrediente fondamentale, quasi un toccasana,

era, ed è tuttora, il cortese sorriso che scaturiva sul viso

del “ Giardiniere ” nel suo incedere muto, lento, sacrale.

Ancora oggi, l’impiego di colori sgargianti attira magneticamente

l’attenzione del passante che rimane affascinato dall’ondeggiare

di questa specie di chioma artificiale.

Sembra quasi la trasfigurata rivisitazione della maschera di Arlecchino,

di un singolare Arlecchino salemitano.

Nulla o quasi nulla è cambiato dal XVIII – XIX sec. tranne che

i tempi della sfrenata modernità hanno globalizzato, livellato,

generalizzato i modi di sentire, l’approccio al contesto in cui

si vive, i gusti, i sapori, le medesime genuinità delle nostre tradizioni.

Ad ogni modo, è assai interessante registrare, in controtendenza,

la capacità di una comunità, quella salemitana, di preservare, e

nondimeno consegnare ai posteri, l’integrità della maschera in quanto tale.

In questi ultimi anni, la ferrea volontà del gruppo storico dei Giardinieri

ha consentito di costituire l’omonima associazione, che si propone

di perpetuare il rito del dono carnascialesco come segno

di condivisibile amicizia, di cortesia e di lieto auspicio al bene che è la vita.

Adesso, i Giardinieri allietano le vie di Salemi con i loro singolarissimi

costumi, elargendo simpatia, cordialità e sorrisi alla gente che li ammira,

quasi con ieratica devozione, non solo nel periodo del Carnevale, ma

durante tutte le altre importanti ricorrenze della Città, dei centri limitrofi

della provincia e altrove.

Gioacchino Di Bella

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