San Giuseppe cena a Salemi ( TP ) – seconda parte –

Il territorio culturale e le fasi realizzative delle “ Cene “ di San Giuseppe a Salemi (TP)

Seconda parte

Salemi è, fuor di dubbio, uno dei pochi centri dell’Isola, insieme a Vita, Alcamo e taluni comuni dell’agrigentino, in cui questa magnifica festa, celebrata in onore del Patriarca San Giuseppe, viene rispettata, o giu di lì, e rinasce ogni anno, con la puntualità riverente della tradizione popolare.
Ed è così che essa rivive dal silenzio dei vicoli di Salemi con tutte le sfumature di significato, con tutto il suo originalissimo cerimoniale, con quel suo aroma che sa di antico, nonostante abbia subìto l’inevitabile dissacrazione contemporanea che ha, per così dire, annacquato quel suo autentico contenuto di fede, racimolato e sedimentato nei secoli passati.
Certo, non manca la partecipazione popolare, quell’adesione spontanea e mondana della gente vacanziera e godereccia che viene attirata dagli effetti scenografici, dai piatti di pasta e muddica e dalle pitanze di un evento che si è adattato ai tempi dei B & B, delle sagre “mordi e fuggi” , trasfigurandosi da festa privata a pubblica.
Ad ogni buon conto, Salemi, nel giorno del 19 marzo o la domenica successiva, viene ad essere il centro di un’attenzione che polarizza un buon flusso di turisti e visitatori, interessati ed affascinati dalla veste sacrale, simbolica e dall’inconfutabile spettacolarità dell’impianto scenico delle “Cene“ di San Giuseppe. Ma addentriamoci pian piano nel territorio culturale dell’evento, posto al confine dell’etnologico e dell’antropologicamente percepito. E avvisiamo il lettore che stiamo per percorrere un sentiero che si è improvvisamente mutato in trafficata corsia autostradale per quanti vi hanno viaggiato in un andirivieni di discorsi, teorie, discussioni, scritti e studi. Quindi, è assai probabile che i concetti qui espressi siano reiterati rispetto a quanto sostenuto da altro recensore. Ebbene, nondimeno, andiamo avanti. Per quanto attiene al termin “ Cena“, esso scaturisce quasi certamente dall’Ultima Cena del Cristo.
Infatti, ogni “ Cena “ tributata al Santo Giuseppe ha come motivo centrale e momento culminante proprio l’esaltazione dell’Ostensorio, del Calice e dell’Eucarestia. Tutti elementi assimilabili all’Ultima Cena di Gesù insieme agli Apostoli.
Ma, a scavare nel profondo significato della simbologia dell’evento, c’è chi avanza ipotesi secondo le quali, sotto l’indiscussa patina di religiosità cristiana, emergano palesi segni di un’arcaicità riconducibile alle inevitabili commistioni e contaminazioni pagane, volte a stabilire arcani contatti di propiziazione tra l’umano e il soprannaturale, tra la divinità superiore e l’uomo finito. A farla da protagonisti sono i popoli che, a più riprese, nel corso dei millenni, hanno calcato la terra situata ad occidente della Trinacria e non solo. Comunque, tale strato religioso, in seguito, si fuse con il livello comunitario, conviviale : il banchetto offerto ai meno abbienti del paese come esibizione di visibilità del “ricco “, del suo status sociale consolidato ed assai elevato nella scala gerarchica locale, di affettata generosità ai sottoposti, di magnanimità del signore del borgo che presupponeva la riaffermazione scontata del “rispetto”. E proprio questo saliente aspetto della sporadica sontuosità dell’agape comunitaria e, apparentemente, fraternizzante si affermò nell’immaginario popolare e lungo la direttrice della tradizione che è pervenuta fino a noi, spreconi contemporanei.
Pur tuttavia, a tal punto del mio discorso, volendo operare una voluta digressione, se non sbaglio, siamo rimasti al punto in cui i masculi, incaricati di erigere la struttura portante della “ Cena “, si erano recati nell’agro salemitano per reperire un bel quantitativo di “ biologica materia prima “, ovvero, alloro, mortella, limoni, arance.
Ora, la “chiesetta” votiva, con tanto di campanile ed abside, da tempo immemorabile, ha mantenuto la medesima morfologia : una fronte d’effetto e assai scenografica, con colonne che si aprono ai lati ( quasi fossero le navate di un edificio di culto cristiano), di un ampio altare centrale sormontato da una sorta di cupola absidale, con tanto di croce nella parte sommitale. Dette colonne e l’intera impalcatura vengono rivestite ad arte rigorosamente con alloro e mortella ( in dialetto siciliano, murtidda, ossia Buxus sempervirens L. ) e non, come sostiene qualcuno, con mirto comune ( Myrtus communis ). Non siamo mica in Sardegna ! La murtidda è conosciutissima in Sicilia ed è storicamente presente nell’addobbo delle “Cene“; nel salemitano, l’arbusto, a causa della ricorrenza di cui stiamo parlando, subisce autentiche razzie predatorie. A quanto sembra, la pianta era sacra alla Madonna, tant’è che esiste un proverbio isolano che recita testualmente : “ Ogni festa havi la so murtidda “. Oltre a ciò, se vogliamo accennare a qualche curiosità che la riguarda, il legno, particolarmente duro, resistente alle sollecitazioni e finemente venato da Madre Natura, era molto pregiato e con esso, in passato, venivano realizzate le pissidi, cioè i contenitori che dovevano custodire le ostie consacrate.
Sull’addauru ( Alloro, in altre parole, il Laurus nobilis ) si potrebbe disquisire per ore ed ore : ricordiamo soltanto che la pianta, nella mitologia greco – romana, veniva associata ad Apollo, che era anche il dio dei vaticini e della divinazione.
Secondo la leggenda, nell’alloro si cela la ninfa Dafne di cui si era perdutamente invaghito Apollo. Però, lei stessa chiese a Zeus di non essere causa di questa passione e fu accontentata. Il padre degli dei olimpici la nascose per sempre nella verde prigione dell’odorosa pianta. Allora, Apollo, consapevole della metamorfosi e del destino della fanciulla, forse assalito dal rimorso, rese l’alloro un sempreverde, lo volle nel suo giardino e si cinse il capo di quotidiane corone di ramoscelli che, peraltro, diventarono l’emblema della gloria e della sapienza. Tuttora, i laureati ( l’etimologia del nome è lapalissiana ! ) ne sanno qualcosa nel momento in cui conseguono l’agognato titolo accademico e ancor più se n’è fregiato l’Alighieri, sommo poeta e padre della lingua italiana.
Insomma, come volevasi dimostrare : è evidente il connubio tra sacro e profano, divinazione e devozione e tutto ciò a cominciare dalle fasi iniziali di ideazione e strutturazione materiale delle “ Cene “ di San Giuseppe.
Ad ogni modo, non smarrendo il filo rosso della descrizione, torniamo all’allestimento dell’altare e cerchiamo di addentrarci nella complessa trama del simbolismo di una “ Cena “ dedicata al Santo protettore della famiglia.
Orbene, la famiglia che ha beneficiato della grazia si volge anima e corpo “a lu vutu“ ( adempiere il voto con atti di fede ) nei riguardi di San Giusippuzzu; così le donne del nucleo familiare interessato, con una nutrita adesione spontanea di un plotone femminile del vicinato, cominciano, giocando d’anticipo, a preparare e finemente intarsiare il pane devozionale.
Sì, di un vero e proprio intarsio si tratta e il pane si fa arte allo stato puro, quel pane che rappresenta il frutto miracoloso della terra di Sicilia e l’abbondanza in quanto tale, sinonimo condivisibile di grazia e prosperità.
Nel frattempo, gli uomini curano la costruzione del tempietto; con tanto olio di gomito e fil di ferro, l’alloro e la mortella vengono fatte aderire ai pali di legno e si consolida la visione architettonica e armonica delle parti : operazioni non facili e che richiedono una pazienza certosina, nonché un certo grado di esperienza sul campo e maestria nell’ ideare, nell’agire e nell’operare.
In primis, viene elevato , al centro della struttura, un altare assai composito.
Esso è pensato prevedendo almeno tre ordini di mensole centrali ed altre due ali laterali, come una specie di mensa rettangolare, o, talvolta, quadrangolare, aperta dal lato frontale, quasi fosse il palcoscenico privilegiato di un teatro dove sta per andare in scena uno spettacolo sacro rivolto all’intera comunità locale dei credenti e, in genere, a tutti gli uomini di buona volontà.
Ogni mensola o ripiano è ricoperta da splendide e candide tovaglie di fattura artigianale, ornate con tanto di trini e merletti, un vero tripudio di arte domestica scaturito, come per ineffabile magia, dalle mani esperte delle ricamatrici salemitane.
E già di per se il candore emanato dai tessuti pare testimoniare l’animo purissimo della Madre Celeste.
Poi, non può mancare sul “ fondale di proscenio “ il nitore di un immenso drappo di lino bianco.
Lassù, in alto, sul gradone dell’altare, ecco comparire, a bella posta e a dominare tutta la scena, il vecchio quadro che illustra uno degli esempi più rassicuranti e comunemente amati dell’iconografia religiosa popolare : la Sacra Famiglia.
In rapida successione, arricchisce e si compone ogni dettaglio del quadro allegorico della “ Cena “.
Sì, perché il messaggio trasmesso dagli archi e dalle volte di murtidda e addauru, dalla posizione dell’altare e dalle cudduredde è una mirabile allegoria del Creato.
Quindi, in tal senso, gli animali e le cose celebrano la magnificenza del progetto di Dio : una miriade di esseri e di presenze cosmiche che dipingono il miracolo della vita e della continua epifania divina che lo rinnova con infinita clemenza.
E il pane fomenta la narrazione della bellezza universale, la visione di un mondo a noi sconosciuto e lu cuntu ( racconto ) diventa apparato allegorico : le abili mani delle donne del Santu Patri di Salemi o della contrada Pusillesi infondono, nella pasta informe, la polvere di stelle che sta in noi, la sostanza che interviene a dare un senso e slancio ai nostri giorni : la fede nel prodigio dell’esistenza.
Adesso, sembrano muoversi, tra i ramoscelli di mortella, le cudduredde che hanno appena assunto le fogge di curiosi e stilizzati animali : il vanitoso pavone che, con l’appariscente livrea, porta con se i colori del nostro mondo, quindi l’avvenenza della Natura, immenso dono di Dio.
Poi, un’aquila, d’un tratto, pare volteggiare, in quel cielo verde di alloro, quasi a sfiorare l’Empireo, nella spasmodica ricerca della dimora di Dio.
Inoltre, nella sacra rappresentazione architettonica, compaiono sia il Sole che la Luna, componenti essenziali nella raffigurazione ideale del cosmo e fonti di vita dell’uomo e del Creato.
Tuttavia, essi nascondono certi elementi, certe venature di antico e radicato paganesimo riscontrabili nelle età dell’uomo in cui egli era ben propenso ad identificare il Dio Sole come segno esteriore dell’indefinita entità divina che vegliava, insieme alla Luna, sulle sorti della Terra e dei suoi spauriti coloni, ora muniti di clava e pelliccia, ora vestiti di peplo e calzari.
Ma torneremo a parlare, in altro momento, dell’affollato simbolismo che sottende la forma dei panuzzi di Salemi.
Intanto, le donne, sedute lietamente al tavuleri, intagliano e cesellano i tocchi informi di pasta creando dal nulla inauditi capolavori in miniatura, poi “ camìanu ‘u furnu “ ( bruciare, nel forno di pietra, fascine di legna per portalo alla temperatura voluta per la cottura del pane ) o, almeno lo facevano fino a molto tempo fa, e preparano, tra un sorriso e una curtigghiata ( prolungato pettegolezzo ), le innumerevoli teglie che serviranno ad infornare il prezioso pane. Altro che Bimby e diavolerie tecnologiche che assiepano il piano di lavoro delle cucine odierne ! Il pani grossu e le cudduredde erano il frutto di una manualità femminile, di una passione del bello, di una sapienza del fare in cucina che non tutte le donne potevano e possono permettersi di coltivare. Solamente le provette massaie di una volta che impastavano il pane casereccio ogni giorno, “all’arba di Diu” ( levatacce mattutine !! ) un pane di rara prelibatezza che noi, oggi, possiamo sognare, conquistavano il rango di detentrici di un semplice segreto, ambito e invidiato dalle altre, che era custodito proprio nel rito dell’impastare, con quel gioco ritmico delle nocche e dei polsi delle mani, nel saper padroneggiare l’acqua e la farina in una maniera alchemica, magica.
Nel frattempo, i masculi hanno già completato l’ossatura della “ Cena “ e disposto a dovere le assi dell’altare. Tutto è pronto per il “Grande Giorno” : tra un paio di lune, sarà il 19 marzo dell’anno.

https://www.salemi.gov.it/


Gioacchino Di Bella

Salemi, 24 agosto 2019


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