‘U cavigghiuni di Sicilia

ovvero l’antenato del piantatoio di oggi.

Cavigghiuni : ( s.m. ) piccolo legnetto aguzzo a guisa di chiodo il quale si ficca ne’ muri, o in terra, per servirsene a diversi usi. Piuolo, appicagnolo

Dal vocabolario siciliano – italiano “ Vincenzo Mortillaro “

Tempo fa il viddanu si recava in campagna a dorso di mulo o di giumenta, dopo, con grande traballare di sella,  arrivava a destinazione dopo un bel po’ di ore e, prima di spezzarsi la schiena a “lavurari la terra, arari e cogghiri stocchi o, meglio di meglio, metiri e cacciari ecc. “  ( dissodare la terra, ararla, cogliere i tralci della vite dopo la potatura, mietere il grano e battere le spighe raccolte per ricavarne il grano ), doveva “guvirnari e dari pruvenna “ ( dare una giusta dose di biada al cavallo per rifocillarlo ) alla povera e alquanto malcapitata bestia da soma. Quindi, per prima cosa, non appena giunto “a lu feu”, ( non nel senso del  feudo medievale; va bene, questa è un’altra storia di cui parleremo ), ossia nel podere, legava il mulo al cavigghiuni che, spesso, veniva murato nei pressi della stalla o del locale che ne faceva le veci.  

Cavigghiuni ? E chi cosa mi vuole rapprisintari ?   Boh ?  

Calma, picciotti, non si tratta di una parolaccia o di una ‘nciuria ( soprannome, nomignolo che poteva automaticamente scattare per un  nonnulla,  come, in realtà,  lo è stato in certo contesto sociale ).

Ebbene, ‘u cavigghiuni era un pezzo di legno, abbastanza lungo, la cui estremità inferiore era fissata al muro. Veniva sbozzato grossolanamente e alla buona in una foggia pressoché cilindrica, con l’estremità superiore, che veniva intagliata e rifinita, formando una sbavatura o sporgenza rotondeggiante che doveva servire a legare in maniera salda le redini della cavalcatura ( asino, cavallo, mulo ecc. )  o ad impedirne lo sciogliersi improvviso. Poi, se ne potevano rinvenire altri di tali pioli pure in corrispondenza della mangiatoia così da assicurare il controllo della bestia durante il consumo della biada.

Ma la  bravura del contadino di allora si traduceva anche in piccoli accorgimenti e nello sfruttare i materiali a disposizione per costruire arnesi di uso quotidiano che fossero d’aiuto nel velocizzare le operazioni di semina delle colture di autoconsumo.

Così, ‘u cavigghiuni fu dotato di un’impugnatura e si trasformò in un attrezzo che, a tutt’oggi, chiunque chiama “ piantatoio “. La differenza, sostanziale, tra ieri e oggi sta nella realizzazione del manufatto . Oggi, la grande industria produce in serie i piantatoi, soprattutto in materiale plastico o in ferro leggero, ma, nella Sicilia rurale degli anni 20 del Novecento o, andando a ritroso nella linea del tempo, nella tragicità della condizione contadina del XVIII – XIX figuriamoci di quali grandi innovazioni materiali potesse usufruire la classe dei lavoratori agrari. Era il viddano che industriava per sé medesimo : tagliava un ramo abbastanza forte che aveva una curvatura sufficientemente adatta allo scopo, poi lo scortecciava  un po’, sgrassandolo e ne forgiava quello che altrove, in altre regioni italiane,  chiamavano, con certa spiccata similitudine, “cavicchio”.  

L’arnese serviva a mettere a dimora i semi o, talvolta, c’era chi lo usava per tendere, nell’intera lunghezza del campo, una lenza che, a sua volta, era il metro per fare dei fori, ad intervalli regolari,  nel terreno, al fine di  ospitare le sementi o le pianticelle delle colture che si aveva intenzione di coltivare, o, magari, veniva commissionato per i fiori in vaso o in giardino dalla solerte signura Brasidda.

La forma del cavigghiuni era la classica L rovesciata, più meno regolare, e questo dettaglio era il ramo d’origine che lo dettava.  E, nelle case rurali dei contadini ‘u cavigghiuni divenne familiare, anzi assunse il ruolo pure di appendiabito. In tal modo, non era insolito vederlo infisso nelle camere da letto o nei soggiorni.    

Ovviamente, ci stiamo limitando alla Sicilia, ma chi andava per mare sapeva bene, anche altrove, che il cavicchio era la zeppa che salvava la vita dei marinai in quanto riusciva a turare le piccole falle nello scafo.

Insomma, un apparentemente insignificante utensile che risultava essere conosciuto un po’ ovunque, da nord a sud del nostro paese. Si pensi, addirittura, che di esso, fa cenno il grande Alessandro Manzoni nel quindicesimo capitolo de “ I promessi sposi “ :   “ […] Ciò detto, ( l’oste ) scese con lei in cucina, diede un’occhiata in giro, per veder se c’era novità di rilievio; stacco da un cavicchio il cappello e la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò, con un’altra occhiata alla moglie, l’istruzioni che le aveva date; e uscì. […]

Per quanto attiene all’etimologia del termine “ cavigghiuni “, esso, a quanto sembra, segue le derivazioni di “cavicchia“ derivante dal latino volgare “cavicla ” ( a sua volta, dal latino classico ” clavicula “ – piccola chiave, viticcio. Altri presumono,  non a torto, che possa scaturire dal latino ” clavus ” – chiodo – ) con l’aggiunta del suffisso accrescitivo – gghiùni.  

Beh, debbo ritenere plausibili entrambe le ipotesi etimologiche.  

Comunque sia, pare proprio che ‘u cavigghiuni ne abbia fatta di strada, abbia superato la secolare prova del tempo e sia passato indenne o, all’incirca, nella memoria condivisa dei popoli siculi ed italici. Di acqua ne è passata sotto i ponti, ma ‘u cavigghiuni è sempre ‘u cavigghiuni ed è, tuttora, usato, di certo, sotto nome di piantatoio ( oggetto elegante in plastica o altro nuovo materiale ) e qui da noi qualcuno non disdegna affatto di realizzarlo con le proprie mani  con la risorsa vegetale che ha a disposizione, seguendo le antiche tradizioni che sono dure a perire.

Gioacchino Di Bella    

Salemi, 12 febbraio 2020

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