‘U fillizzu

Un salto nel passato dei contadini delle nostre contrade: ‘u fillizzu.

Stavolta, mi ritrovo a parlare di un oggetto di uso comune, che, di solito, nel passato, faceva parte dell’arredo, essenziale, anzi spartano, delle modeste dimore contadine. Sì, quelle casupole disseminate nelle nostre assolate campagne, oggi, purtroppo, abbandonate ad un degrado imbarazzante. Trattasi del ” fillizzu “, ossia una sorta di sgabello a forma di cubo, o, se si vuole, rudimentale ma funzionale “sedia” dei poveri di una volta. Nella sua realizzazione entrava in gioco la maestria dell’artigiano – contadino. Egli, con i fusti ben essiccati della Ferula communis ( in lingua siciliana, “fella” ), era in grado di intrecciare ed incastrare, con invidiabile manualità, i tronchetti in modo tale da creare un leggerissimo ma assai resistente “surrogato” di sedia. Tale sedia o, meglio sgabello,  peraltro, dimostrava, alla fine dell’opera, un’inconfondibile armonia stilistica e strutturale, tenendo conto dei materiali poveri usati per tale prodotto di straordinario artigianato. Oggi, visto che il termine manualità è quasi scomparso dallo striminzito vocabolario delle nuove generazioni, native digitali, ‘u fillizzu è diventato una rarità museale da polverosa etnoantropologia. Inoltre, i barbieri usavano la “fella” per affilare i rasoi, passando la lama in tranci di tronco ben essiccati e tagliati a metà. Pure, questi rituali quotidiani dei “tonsorem” appartengono ad passato ormai remoto.

Gioacchino Di Bella

Salemi, 10 settembre 2017

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