‘U spinapuci

Ovvero, il bel Biancospino perenne

A primo acchito, a sentire il nome siciliano della pianta di cui parlo oggi, sembrerebbe un arbusto minuscolo, di poco conto, quasi insignificante. E, invece,  ci si deve ricredere, un po’ come accade, nella vita reale, quando si incontra un individuo, magari poco appariscente, modesto, vestito dimessamente e poi, scavando, scavando, ci si accorge di avere a che fare con tutt’altra persona di peso, qualità e misura. Ebbene, in siciliano, la chiamiamo spinapuci”, che, letteralmente, significa “spina le pulci” e, difatti, l’arbusto che sto per presentare si difende  molto bene dagli ospiti non graditi, essendo fornito di formidabili aculei disseminati ovunque, lungo l’intera sua superficie. Il suo vero nome botanico è, in realtà, Craetegus oxyacantha ed è classificato nella famiglia delle Rosacee pomoidee. Trattasi di una pianta rustica, perenne, e, a quanto sembra, estremamente longeva, sfiorando il traguardo dei cinquecento anni d’età. Il Craetegus cresce spontaneo un po’ ovunque, almeno dalle nostre parti: lo troviamo, in special modo, nelle scarpate, nei terreni semiaridi, o in prossimità dei fossati, nei fondi incolti delle campagne siciliane e non. Però, il nome più comune, attribuibile al Craetegus, è Biancospino, probabilmente perché esso racchiude la natura conflittuale insita nella pianta: il biancore, splendido ed incantevole, della fioritura primaverile e l’ispido e poco rassicurante aspetto autunnale. Ora, per noi siciliani, ‘u spinapuci  è legato quasi esclusivamente alle famose bacche rosse (drupe) che, di certo, sono state mangiucchiate, in età adolescenziale, da chiunque le abbia notate, lì in bella mostra. Quella polpa farinosa dal sapore acidulo, agrodolce, se volete, ci ha lasciato stupiti e, magari, ne abbiamo fatto incetta, assaporandole una dietro l’altra. E’ ovvio, ma succede, che non sapevamo che con le gustose drupe si può preparare, tra l’altro, un’eccellente marmellata. Tuttavia, sul Biancospino circolano storie e tradizioni che bisognerebbe conoscere, seppure per sommi capi. E non è male sapere qualcosa pure sulle proprietà medicinali della pianta. Quindi, diamo un’occhiata. Il Biancospino possiede delle belle foglie lobate e dei sublimi fiori che si mostrano in particolari corimbi. La fioritura primaverile avviene all’incirca a marzo, nello stesso periodo in cui fioriscono pruni e mandorli. Per quanto concerne le proprietà  officinali, va detto che, in erboristeria, si usano i fiori e le bacche, visto che sono ricchi di principi attivi, come, ad esempio,  la quercitina, la trimetilamina con peculiari esplicazioni a carattere sedativo, antispasmodico, cardiotonico, per dirne alcune. Gli impieghi sono svariati: infusi, tisane, tinture, estratti, ecc. In ogni caso, è bene consultare un erborista o un medico per le applicazioni o gli utilizzi in campo terapeutico. Sorvolando sugli aspetti prettamente erboristici e botanici, di cui non ho specifiche competenze, è interessante rivisitare le antiche tradizioni o i rituali popolari strettamente riconducibili al Biancospino, che ha detenuto, e tuttora detiene, una discreta fama o indiscutibile familiarità. Così, presso i Romani, il Biancospino (chiamato “alba spina”, ossia bianca spina) era una pianta molto apprezzata poiché augurale e apportatrice di buone novelle. I ramoscelli di Craetegus venivano, addirittura, appesi agli stipiti delle porte in funzione apotropaica, cioè, in altre parole, per scacciare o tenere alla debita distanza ogni demone o maleficio. Inoltre, dei mazzetti di Biancospino venivano posti in prossimità delle culle o delle stanze dove dormivano gli infanti. A loro volta, le spose pretendevano che si accendessero almeno cinque torce, fatte di rami di Biancospino, durante gli sposalizi, a maggior ragione se avvenivano nel mese di maggio. Sì, il mese di maggio dedicato alla dea Flora che, a scanso di equivoci, era lecito ingraziarsela proprio con l’accensione votiva di fiaccole di legno di Biancospino, arbusto alquanto gradito alla divinità. Il Biancospino era, altresì, apprezzato dai Celti (sì, proprio il popolo che i Romani si ostinavano a denominare Galli) che la usavano ovunque e comunque, sempre con finalità apotropaiche, volte ad allontanare malocchio e negatività. In seguito, nel Medioevo, sorse pure la suggestione simbolica legata alla cromia della pianta: le bianche infiorescenze simboleggiavano il candore della Madonna, le bacche rosso fuoco rappresentavano il sangue della Passione di Cristo e gli aculei della pianta la corona di spine che fu posta sul capo del Nazareno.  Per quanto concerne l’etimologia del nome, il greco, che la fa da padrone, conferma la pungente presenza dell’arbusto in natura: Oxyacantha deriva da oxys (οξυ) (punta, estremità) e akanta αάντα (aculeo, spina), mentre craetegus  proviene da kratos κρατοσ (forza). Oltre a ciò, nella simbologia floreale, il Biancospino è sinonimo di sicurezza, fedeltà, protezione, speranza, e buona sorte. Insomma, ancora una volta, da un alberello comune è possibile risalire ad una vera stratificazione di storie, usi e tradizioni che, da molto molto lontano, sono pervenuti fino a noi.  E la fortuna dell’arbusto dai bianchi fiori si è talmente consolidata  da far sì che il Biancospino, oggi, venga valorizzato, d’altronde merita,  per la sua avvenenza come pianta ornamentale , nei migliori giardini.

Gioacchino Di Bella

Salemi, 28 settembre 2020

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