‘U vardalomu

o, meglio, il sauro che viene chiamato Ramarro occidentale

Qui, nella solare Trinacria, lo chiamiamo vardalomu ed è una presenza nella nostra fauna siciliana. Non si vede molto spesso in giro, bisogna essere fortunati per notarlo crogiolarsi al sole. Si tratta di un lucertolone, che, scientificamente, viene chiamato ramarro. La parola ramarro è di origine oscura e non ci è dato sapere da dove precisamente provenga. Alcuni ipotizzano una derivazione da un altro termine”amarro”, forse di provenienza pre-latina.  Perché parlare di un rettile di casa nostra e non dell’arte siciliana dimenticata? Ogni cosa a tempo debito. D’altronde, qualcuno obietterà che questo rettile potrebbe suscitare, in alcuni, un profondo ribrezzo, ma, signori miei, è un animale che ha sempre scelto il nostro territorio ed è lecito accennarne al fine di conoscerlo, anche per il suo aspetto che è magnifico e davvero unico. Di sicuro, non è la solita “serpa” (lucertola comune). È bene sempre avvisare che chi scrive non è un biologo o un botanico, ma, presumibilmente, il ramarro, di cui parliamo oggi, cioè ‘u vardalomu, appartiene alla famiglia dei Lacertidi e facente parte della classe dei Rettili. L’ordine è quello degli Squamati e la specie è Lacerta bilineata, che è poi il suo nome scientifico ufficiale. Apparentemente, potrebbe essere accomunato alla lucertola, ma le dimensioni di tutto rispetto, visto che può raggiungere la considerevole  lunghezza  di circa 45 cm lo differenzia, in buona sostanza, dalla prima specie. I ramarri hanno delle poderose zampette, munite di artigli, e, nonostante la mole, sono, in realtà, estremamente lesti nei movimenti. La livrea differisce in base al sesso: grigio verdastro nella femmina, mentre il maschio sfoggia un verde lucente, con delle striature nerastre sul dorso e giallognole sull’addome. Ma, nel periodo degli amori, il maschio palesa un’affascinante colorazione che degrada verso l’azzurro intenso, nella zona che io chiamo della pappagorgia (gola), che viene mostrata, con una certa aggressività, dall’animale nei confronti dello sfidante amoroso, proprio per incutere una certa paura. E avvengono autentici duelli tra contendenti, che si spartiscono il ruolo di leader al fine di accoppiarsi con l’esemplare femmina. Sembra di assistere a dei varani in miniatura che lottano, a forza di minacce e di code rotanti nell’aria. Il ramarro predilige le zone soleggiate ed incolte, ma non ha abitudini sociali molto sviluppate o di avvicinamento all’uomo e alla sua dimora, come, invece, sono abituate le lucertole comuni. E’ prevalentemente un insettivoro, nutrendosi anche di bacche e di taluni piccoli frutti e, a quanto pare, è privo di fondamento il fatto che il ramarro sia pericoloso per l’uomo o, addirittura, velenoso. E’ presente, soprattutto, in Europa centro settentrionale, in Italia, in Francia, in buona parte della Spagna (Pirenei).Viene anche detto ramarro occidentale e il curioso appellativo siciliano, vardalomu (guardia dell’uomo) si deve, con buona probabilità, all’antichissima leggenda che lo identifica come una sorta di premonitore della presenza di bisce o serpenti. Il che significa quindi, e i nonni lo confermavano con storie che lo vedevano nel ruolo discreto e silenzioso di difensore dell’uomo, che quando ‘u vardalomu fa la sua comparsa e viene scorto, o meglio, decide di farsi scorgere dall’uomo, si dice che dietro di lui salterà fuori l’insidiosa “visina” (di solito, una biscia e non vipera), la quale, possedendo le caratteristiche di essere viscido e strisciante, veniva e viene puntualmente associata alla sfera del Male. Beh, oggi sappiamo che non è proprio così e che le bisce i serpenti, gli orripilanti rettili, fanno parte di quella biodiversità che va, assolutamente,  salvaguardata e protetta, poiché ognuno degli animali, belli, buoni o cattivi che siano, mantengono in equilibrio le sorti dell’habitat e della natura che ci circondano. Ed è curioso annotare come sul bel lucertolone circolavano delle singolari leggende che esaltavano la fantasia dei bimbi: spesso, sotto le sembianze sgargianti del vardalomu si celavano le tristi vicende e le fattezze di qualche avvenente principe azzurro, che era stato fatto oggetto di incantesimo o maleficio, da parte di qualche strega o fattucchiera medievale. E, nel frattempo, la principessa innamorata lo piangeva, nella fredda e  angusta torre del castello, ove era stata rinchiusa da quella malefica strega, che altri non era se non la fattucchiera di poc’anzi.  Poi, la tradizione orale ha fatto sì che simili storie arrivassero fino ai nostri tempi. Però, usando un giro di parole, direi proprio che si tratta di tempi di qualche tempo fa. Adesso, purtroppo, tutto ciò è avvolto dal buio della dimenticanza, dell’oblio. Ciononostante, è intrigante approfondire la stratificazione leggendaria della denominazione di vardalomu e, a tale scopo, ci viene in soccorso nientemeno che il mondo dell’arte. Sì, perché sia le lucertole, i ramarri o i gechi, di cui ho parlato precedentemente, nonostante abbiano un aspetto infimo e poco rassicurante, nella simbologia artistica vengono qualificati, invece, come esseri che ricercano la luce del sole e, quindi, per via di metafora, l’emanazione della potenza di Dio e, addirittura, il loro letargo e successivo risveglio rappresentano il destino degli uomini dopo la Resurrezione. E se ciò non basta, nei dipinti antichi ed altisonanti quali, ad esempio quelli di Lorenzo Lotto o dello stesso  Michelangelo Merisi da Caravaggio, meglio apprezzato con il nome Caravaggio, il ramarro (che qualcuno, nel remotissimo passato, confuse pure con il micidiale basilisco)  fa la sua comparsa con la precisa funzione di pungolo della coscienza; spesso, questi piccoli rettili sono posti nelle scene principali della descrizione pittoriche per riportare sulla retta via della virtù il soggetto e i protagonisti, in modo da scuoterli dal peccato o dagli errori già commessi. Famoso, in questo senso, potrebbe essere l’opera “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio del 1595 – 1596. Sempre l’arte ci suggerisce un ulteriore significato riconducibile al ramarro: è un sauro che si scalda al sole perché freddo di natura e, quindi, imperturbabile alla frenesia delle passioni, che, invece, scuotono gli umani. Inoltre, secondo l’interpretazione degli antichi, detestano la vicinanza delle serpi, poiché esseri immondi e scaturiti dal demonio in persona, dal Male con la emme maiuscola. E a vantaggio di questa tesi interviene il grande Leonardo da Vinci che, nelle sue Profezie, ad un certo punto, menziona e rammenta che “Il ramarro, fedele all’omo, vedendo quello addormentato,combatte colla biscia, e se vede non la poter vincere, corre sopra il volto dell’omo e lo desta acciò che essa biscia non offenda lo addormentato omo”. Beh, la traduzione è abbastanza semplice e spontanea, eppure la testimonianza ci riconduce, di filato, al nome siciliano del ramarro, ossia “vardalomo”, e non fa una grinza. Quante storie e quanta simbologia porta sul dorso il “vardalomo”! E’ davvero un sauro che dovremmo apprezzare per le sue doti di coraggio, di attaccamento al territorio e la singolare avvenenza dei colori sgargianti della livrea o i suoi occhietti rossi non dovrebbero farci scappare, inorriditi e  a gambe levate, non appena lo scorgiamo sotto il cespuglio di rose del nostro giardino, ma dovrebbero consigliarci di considerarlo un gradito ospite, un nostro amico chiamato, per l’appunto, vardalomu. Ah, dimenticavo! Impariamo, a proposito, a non diventar verdi di rabbia come un ramarro !   

Gioacchino Di Bella

Salemi, 3 ottobre 2020

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